Sussulti inconsci di dormienti stanchi

Sussulti inconsci di dormienti stanchi

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Corpi pietrificati.

Sotto le palpebre chiuse, appesantite dal sonno, non si scorge la mezzaluna verdastra dei loro occhi morti, perché l’oscurità è troppo grande, l’umida oscurità del tempo nelle tenebre della caverna dell’eternità.

Corpi pietrificati.

Sordi, l’udito sigillato dal piombo del sonno e dalla pece dell’oscurità, giacciono immobili.

Lo sguardo fisso nell’oscurità del loro essere, nell’oscurità del tempo e dell’eternità che aveva pietrificato il loro cuore di dormienti, che aveva arrestato il loro respiro e il movimento dei loro polmoni, che aveva gelato il mormorio del sangue nelle loro vene.

Corpi pietrificati.

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Soli, crescevano, nutriti dall’umidità della caverna e dalla quiete dei loro corpi, stimolati dalla cenere dell’oblio e dalla follia dei sogni, i capelli, i peli del viso, del corpo.

Corpi pietrificati.

Sole, crescevano nel sonno, in modo impercettibile, le loro unghie, crepitando nel buio.

 

L’acqua, alleatasi al tempo, comincia a scavare il cuore duro della pietra.

La materia lentamente prende forma, si plasma.

Cala il sipario, che la recita abbia inizio.

Alla ricerca della propria identità, del proprio tempo si sceglie e si indossa la maschera.

Oggi si recita a soggetto, va in scena la rappresentazione della vita, della morte, della rinascita.

La commedia dell’uomo.

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Si dice che la modernità ha sfilato la morte dalle mani di Dio e l’ha consegnata in quelle dell’uomo; la fotografia rende visibile la morte allo sguardo dei mortali. Di tutti i mortali.

La fotografia la si può raccogliere, consultare, esibire, donare.

La fotografia di Gaia Adducchio è un dono che racconta un silenzio tragico che segna il confine della forma e della possibilità.

È un dono di silenzio che segue al rumore della vita.

È una fotografia che ci indica una strada da percorrere, la nostra solitudine e ci suggerisce una direzione, la meditazione di sé.

Dobbiamo solo attendere che la scena si plachi, che il frastuono ceda il passo al silenzio.

 

Gabriele Agostini