Quando l’incanto dell’ambiguità abita la fotografia

Quando l’incanto dell’ambiguità abita la fotografia

a cura di Gabriele Agostini

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Molte fotografie del novecento sono analizzate, studiate e raccontate. Si studia la fotografia nella storia, la fotografia e la sto- ria, la storia nella fotografia.

La fotografia come fonte, come agente e come stru- mento. Si analizza il rapporto complesso tra arte e fotografia, tra fotografia ed arte.

Si indaga sulla produzione di un autore, cogliendone tutte le suggestioni. Ci si interroga sulla sua vita, si cerca di segnarne gli in- contri, le frequentazioni.

Molte immagini escono divengono delle icone.

Ma come possiamo definire una fotografia se questa di- venta un teatro abitato dalla sola autorevolezza registica e interpretativa delle pulsioni creative, comunicative e performative del soggetto ripreso, l’artista, e che questi escluda il fotografo riducendolo alla sola funzione di operatore passivo atto a far funzionare unicamente l’ap- parecchio fotografico?

Possiamo dire che l’opera, la fotografia, passa da oggetto di ammirazione a oggetto di meditazione, dall’ordine della materia all’ordine dello spirito, dal godimento al- l’ annientamento.

L’artista in questione è Leonor Fini.

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